HomeLettureQuel pulcino del 23 novembre 1980

Quel pulcino del 23 novembre 1980

Dicono che quella sera, prima dell’evento, ansimava un vento carico di zolfo; un cielo irragionevole salì su una paranza di nembi così rossi da sembrare un raduno di gamberi; l’orizzonte a via Caracciolo era una trincea violacea di fucili a difesa della roccaforte caprese. Dicono che quella sera furono viste tre finestre dell’Albergo dei Poveri d’un tratto accendersi, poi ritornare buie; i cani abbaiavano come mannari sui balconi sospesi nel vuoto, nei garage invasi dalle auto, dagli eremi dei Camaldoli ai giardini segreti di Marechiaro. Dicono che fu visto uno sbuffo del mare scagliarsi contro l’immutabile Castel dell’Ovo, inerpicarsi nel cielo come un ricciolo di Medusa per sciogliere quei colori e riportare i gamberi negli abissi; sul santuario di Montevergine alcuni giurarono di aver scorto in un amen un drappo azzurro contorcersi come una mano sofferente e incendiarsi subito dopo il monologo delle campane. Dicono che, un istante prima dell’evento, per televisione il numero otto stava tirando un calcio di punizione; dicono che quella sera furono sentite voci bianche tra ulivi contorti e inquietanti flicorni vicino ai cancelli delle chiese. Dicono che fu intravisto anche un uomo dorato dall’alito d’incenso salire per i Quartieri Spagnoli, segnare croci sui muri in un gemito di libera nos a malo.

Evento: ore diciannove e trentatré, trentaquattro, trentacinque, trentasei. Boato, eterno boato. Colpi scuri e un palpito in gola. La terra divenne mare: ondulò ondulò ondulò, strafottente. Piovvero pietre, tetti, colate di tufo, zolle di cielo nero, fili di luna, vetri cattivi, occhi di madri, torri decapitate, orologi impietriti, ruggine, acqua, panni caparbi, angeli soli, teste di santi, e ancora pietre, campanili, sorrisi di madreperla, scialli di carbone, caldarroste gelide, croci, coperte di rose, cemento, strilli, campane, collane e scrittoi, libri, polvere, pareti, baci, mani, tetti e tetti, e vetri cattivi. Dicono che durante l’evento le scale dei palazzi si allungarono, le porte si chiusero, il Vesuvio guardò muto, le luci scoppiarono di buio in città e presepi. A via Marina, nel palazzo di vetro del Comandante, i giornalisti, mentre era in corso l’ultima assemblea per decidere le sorti del giornale Roma, sentirono un rombo indiavolato provenire dal porto, simile a un peto assordante nato in una tasca del mare. Non c’erano flotte all’orizzonte, eppure i cannoni vibravano e i vetri scoppiavano insieme ai cuori, ai sogni, alle carriere, ai menabò. «Malacqua, colleghi, malacqua…» bisbigliò lo scrittore calviniano Nicola Pugliese di corsa tra le scale, nel fumo della sua pericolante gauloise.

Quel pulcino voleva solo uscire dalla terra. Ma sulla corteccia c’erano case e nelle case vite e tra le vite amori…

Dicono che fu come se un pulcino, venuto dal centro del mondo, avesse deciso in quel giorno di nascere e rompere lì, sì proprio lì, il guscio dell’uovo. Con la testolina iniziò ad aprire l’uovo, squarciare la corteccia: lui voleva solo uscire dalla terra. Ma sulla corteccia c’erano case e nelle case vite e tra le vite amori, attese, giostre, grembi, code all’ufficio postale, appuntamenti, esami, promesse, respiri, prospettive, domeniche, lunedì e sabati del villaggio. Raccontano che due occhi in lacrime, spuntati dalla terra, furono visti in Irpinia tra le colonne spezzate di una chiesetta senza più altare. Dalla polvere si alzò un pio pio disperato e quegli occhi scomparvero così come erano apparsi.

Dicono che dopo l’evento, tra asfalti ingobbiti e il rullo delle scosse, la gente ricominciò a guardarsi negli occhi. Per le vie, in quelle ore, si raccontavano storie. Una famiglia del Vomero nella fretta di fuggire, solo per strada si accorse che il nonno era rimasto chiuso nel bagno; un ladro era morto per il crollo di un cornicione in un’auto che non era sua; a Balvano una chiesa inghiottì tutti i suoi fedeli e una donna fu ritrovata con il rosario in bocca; a Sant’Angelo dei Lombardi, in attesa dei soccorsi, morì il capitano dei carabinieri Antonio Pecora: la moglie, il giorno dopo, partorì un altro Antonio; un cane di nome Reno fu ripescato dalle macerie dopo quarantaquattro giorni; a Oliveto Citra, in una cassapanca coperta di pietre, fu trovata ancora viva una vispa Teresa di novanta inverni che volle subito acqua e pane. Paesi, fino ad allora sconosciuti, divennero famosi per non esserci più. Le rotative ingoiarono per giorni inchiostro, polvere e liste incomplete di morti. Sei mesi dopo, ne trovarono ancora quattro, ad Avellino, tra il pianto delle scavatrici e la giovinezza dei mandorli.

Dicono che quella sera era una dolce sera, anche se nel cielo insolito nuotavano gamberi alati. Dicono che in Irpinia, subito dopo l’evento, venne giù la barbara neve. Danzò come una fata su sperduti contadi e selve silenziose: ammantò tutto, calò fredda, lasciò ovunque vestiti di sposa, inzuccherò dirupi, case sventrate, pale di fango, mani callose di vecchi striminziti che avevano lasciato birre e tressette a perdere al bar della piazza. Dicono che lo stadio Partenio, l’inespugnabile arena dei lupi di Vinicio, da campo di calcio divenne epicentro di accoglienza dove furono visti bambini inseguire un pallone e danzare intorno alla bandierina del calcio d’angolo come l’idolo Juary.

Dicono che ai Colli Aminei, nell’incanto porpora di Torre Caselli, l’artista Antonio Bertè col suo imbattibile blu attraversò il dolore su una tela gigante, sospendendo uomini curvi tra mani di pietra e lingue livide di cielo. Era la sera del 23 novembre 1980, domenica ventitré, una domenica come tutte le altre. Erano le 19 e 36. Dicono che il numero otto tirò la punizione alle stelle. Dicono che fu tutta colpa di un pulcino dalle movenze di drago. Dicono che la neve fece tremare di nuovo i vivi e seppellì di carità i morti. Oltre tremila innocenti non dissero più.

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Antonio
2 mesi fa

Che dire: terribilmente emozionante

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