Non crediamo che Roberto Fico, neogovernatore della Campania, a capo di un cartello elettorale privo di un solido programma se non quello di essersi presentato alle urne “separatamente insieme” con la benedizione di irriducibili deluchiani, mastelliani, contiani, piddini di Elly, cesariani, dottorandi in campolarghismo e fedifraghi del riformismo, abbia bisogno di suggerimenti nella sua nuova sfida. La parabola della sua carriera politica mostra come dietro al “vaffa” batteva un’anima democristiana, una concretezza spietata, per certi versi così simile a quella dell’ex compagno di barricate Luigi Di Maio. Gli impietosi dati sull’astensionismo, con meno della metà degli aventi diritto che si sono recati a votare, solo il 39,6% a Napoli, ci spingono però a dare un consiglio all’ex presidente della Camera, facendo nostre le parole dello scrittore del Breviario Mediterrano, Predrag Matvejevic: «Prima di voltare pagina, bisogna leggerla».
Un buon inizio potrebbe essere quello di far trovare sugli scranni regionali, come strenna natalizia per assessori, consiglieri e funzionari, il libro L’autunno del monarca, sottotitolo: De Luca, un declino tra fallimenti e propaganda, edito da USB edizioni, copertina da codice rosso, con il faccione interdetto dell’ex governatore. Nella nota introduttiva, i promotori del volume, mandato in stampa prima delle elezioni, tengono a sottolineare che il lavoro è «un repertorio di fallimenti in una amministrazione, quella di De Luca, che ha eliminato ogni attività collegiale e rappresenta un’azione civile, obbligata dalla volontà ostinata e scomposta di De Luca di voler garantire a tutti i costi continuità alla propria azione». È giusto dare a Fico il tempo per dimostrare quanto realmente sia intenzionato a spezzare questa continuità, ma a urne chiuse, nello scorrere gli eletti di credo deluchiano e nel misurare il peso elettorale delle forze che lo hanno sostenuto, non servono doti da Cassandra per intravedere già all’orizzonte il rischio che potrà essere un “presidente in ostaggio”.

L’inchiesta polifonica, dal titolo ispirato al romanzo L’autunno del patriarca di Gabriel Garcia Marquez, con l’introduzione di Aurelio Musi, la postfazione di Rino Mele e gli interventi di Massimiliano Amato, Daniela De Crescenzo, Alfonso De Nardo, Francesco Escalona, Antonella Fabbricatore, Luciana Libero, Bruno Miccio, Gianmaria Roberti, Luca Romano, Isaia Sales, Vincenzo Sbrizzi, Pietro Spirito, denuncia, attraverso un telaio di documentazioni blindate e un’approfondita analisi sulla deviante comunicazione, la politica predatoria, a tratti intimidatoria nei toni e nelle azioni mistificatorie, che l’ex governatore ha attuato con incontrastato autoritarismo. Sanità, ambiente, cultura, trasporti, welfare: non v’è un solo settore che non sia stato radiografato dagli autori, pronti a smontare proclami e successi della Campania “a testa alta” con il supporto di dati certi e la cura nel delineare la mappatura del clientelismo dello sceriffo dell’Arechi.
Siamo nel filone della letteratura di testimonianza, di puro accertamento della realtà: l’opera non conforta, non lavora sulla proposta né sforna vademecum salvifici. Essenzialmente è un’operazione giornalistica non di prospettiva ma di retrospettiva con l’intento di analizzare e confutare la fiction deluchiana, inchiodarne i sottotesti, svelarne gli inganni narrativi e i veri protagonisti. Se nel film di De Luca, la Campania nel governo della sanità è allo stesso livello di Svizzera e Svezia, Vincenzo Sbrizzi lo sbugiarda in un capitolo che è un’anatomia del disastro tra eterne liste d’attesa, migrazione sanitaria, soppressione dei pronto soccorso, sprechi pandemici e cerchi magici.
Lo scenario si fa inquietante nel report sull’ambiente, firmato da Daniela De Crescenzo, con vagonate di soldi – 300 milioni all’anno – per mandare i rifiuti in giro per il mondo. Il ciclo della spazzatura continua a reggersi sui sette impianti di tritovagliatura e sull’inceneritore di Acerra, inaugurato da Berlusconi, che brucia ogni anno settecentomila dei due milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti prodotte in Campania. L’amministrazione De Luca ha realizzato pochi siti di lavorazione, con un’impennata del personale dipendente: lo smaltimento avviene all’estero con costi stellari. Ad aggravare la situazione delle casse regionali la multa da versare all’Europa di 120 mila euro al giorno, ridotta, di recente, a 90mila. Scrive la De Crescenzo: «”Smaltiremo le balle in tre anni”, promise De Luca al suo esordio come presidente della regione. Ne sono passati dieci: e le balle stanno ancora al loro posto».
Dalle eco…balle alle favole sul welfare: la spesa pro-capite per il sistema sociale territoriale è la metà della media nazionale. «La Campania – documenta Luca Romano – è al secondo posto tra le regioni a maggior rischio povertà e brilla per assenza di investimenti in risorse umane e disabilità». Nel settore trasporti punge come “spina all’occhiello” la Circumvesuviana, negli ann Settanta eccellenza tra i sistemi ferroviari regionali italiani, oggi inferno per i pendolari, raccontato su una seguitissima pagina Facebook con oltre un quarto di milione di follower. All’EAV, l’holding regionale dei trasporti, De Luca ha piazzato dal 2015, come presidente e amministratore delegato, il fedelissimo commercialista Umberto De Gregorio, la cui gestione, analizzata nel dettaglio da Pietro Spirito, seppur sostenuta da finanziamenti statali che hanno superato il miliardo di euro, è finita su un binario morto. Il dossier passa al setaccio il risiko delle partecipate, l’affaire idrico, la vigilanza militarizzata del Pd salernitano e tutte le “vanterie” dell’ex governatore, tra cui quelle che esaltano gli investimenti culturali. Luciana Libero, in un capitolo illuminante, entra nel buco nero della Scabec, segue il viaggio degli 800 milioni, spesi da De Luca nella cultura tra il 2020 e il 2025, per finanziare più progetti e meno realizzazioni, smaschera il sistema del “cacicco”, così scientifico nell’occupazione di cadreghe, nel controllo delle fondazioni e nella spartizione “salernocentrica” di incarichi e oboli.
Il “vate dell’offesa” ha creato un alienante modello di autocrazia regionale E di privatizzazione della politica
La lettura consegna un ritratto-sentenza sul “deluchismo”, alienante modello di autocrazia regionale e privatizzazione della politica, già conosciuto negli anni del più sfrenato “bassolinismo”. De Luca, a differenza di Antonio Bassolino, ha posto Salerno al centro del villaggio, favorito da una crisi napoletana di rappresentanza e di visione, puntando su una comunicazione volutamente conflittuale, che col tempo e col “covid”, tra dirette, ospitate nazionali e invettive, s’è trasformata in divulgazione crozziana.
Ad alleggerire il carico dell’inchiesta, nella parte finale, c’è una gustosa appendice con una breve antologia degli insulti di De Luca, “il vate dell’offesa”, come lo battezza Isaia Sales.
Nei suoi strali contro gli “sfessati” grillini, il suo successore Roberto Fico è tra i bersagli preferiti, definito «miracolato, mezza pippa, moscio». La prova di maturità o di mollezza del neogovernatore sta tutta in un semplice cambio di stagione: fare in modo che l’autunno del monarca diventi inverno, non torni più primavera o “estate da Re”.
*Recensione uscita sul numero 101 – dicembre 2025 di Chiaia Magazine









