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Invisibili e onnipresenti

Questa è la storia di un buco. Questa è la storia delle mani sotto la città. Questa è la storia di una banda del buco che svuota una banca alla luce del sole. Questa è la storia di una colossale presa per il buio. Questa è la storia di un sindaco che, a margine dell’ennesimo convegno sul Mezzogiorno, arriva a dire: «è stata veramente una rapina programmata da mesi, con grandissimi professionisti che hanno fatto un lavoro veramente da film».

Questa è la storia del “veramente” e di un primo cittadino che parla un po’ da basista, un po’ da cineasta. Questa è la storia di venticinque ostaggi, complici involontari del colpaccio. Questa è la storia di “nessun spargimento di sangue”, di troppo sangue amaro, di tutti sani e salvi, cassette di sicurezza escluse. Questa è la storia di un testimone, nativo del Vomero, che sottolinea ai giornalisti che i rapinatori provenivano dal Centro storico, avendone individuato l’accento dialettale marcatamente plebeo. Questa è la storia antropologica di una città di quartieri alti e quartieri bassi, di lingue simili e distanti, di appartenenze scandite e differenze evidenziate, di Napoli bene e Spaccanapoli.

Questa è la storia di un’irruzione fallita penosamente dalle teste di cuoio, arrivate da Livorno in clamoroso ritardo per catturare i malviventi. Questa è la storia di un ex rapinatore, oggi redento assistente sanitario dopo ventun’anni di carcere, che spiega al quotidiano del gallo l’errore strategico delle forze dell’ordine di non aver subito controllato il sistema fognario e piantonato i tombini «nell’arco circolare di almeno un chilometro». Questa è la storia di un autorevole geologo di Chiaia che è sceso sotto la banca per scoprire che il tunnel di dodici metri, attraversato dai banditi talpa per arrivare a una sala adiacente del caveau, è stato scavato a mano, con l’aiuto di una piccozzetta, realizzato non nel resistente e vulcanico tufo, ma in uno strato secolare di friabile materiale di riporto, una vera e propria “monnezza storica”, su cui poggia il pavimento dell’istituto bancario. Questa è innegabilmente anche una storia di monnezza.

Questa è la storia di un procuratore della Repubblica, vestito di marrone e beige come l’ispettore Zenigata, che assiste alla riuscita del colpo con l’imperturbabilità di un bradipo. Questa è la storia di un uomo, ostaggio di un cavalcante narcisismo, che sperava in un finale trionfante tra arresti mediatici e recupero del malloppo, per ricevere un’altra medaglia d’oro da mostrare al mondo. Questa è la storia di una medaglia di cartone appuntata sul petto di Zenigata da un incorreggibile Lupin in una mattinata di giallo napoletano. Questa è anche la storia di un urlante onorevole, celebre cacciatore di abusivi, piazzatosi all’ingresso della banca per collezionare microfoni e ingolfare i social.

Questa è anche la storia di un giallista di grido, arruolato ovunque per elaborare opinioni dalla fisica quantistica alla quantità dei calci d’angolo del Napoli, che illustra il piano dei ladri e la tecnica del diversivo. Questa è la storia di un inseguimento mai avvenuto. Questa è la storia di anonimi correntisti senza più sogni nelle cassette. Questa è la storia di una casa di carta all’Arenella e dello scacco matto di un “professore” delle fogne. Questa è la storia di una rapina in una città allenata alla privazione, in cui, per fortuna, manca la tragicità di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” perché siamo dentro a una rituale messinscena da “Così parlò Bellavista”.

Questa è la storia di una città di cavità e caveau che organizza speranze per poi tragugarle

Questa è la storia di una rapina che è lo specchio di una città-cinema a cielo aperto e scassinato, la cui programmazione prevede di rigore il dramma commemorativo, la sceneggiata del dopopartita, la commedia dell’equivoco, il thriller del paradosso. Questa è la storia di una città da millenni saccheggiata da sotto e da sopra. Questa è la storia di una città che il generalissimo Belisario, nel 536 avanti Cristo, conquistò sbucando dalle gallerie dell’acquedotto a capo di un esercito di quattrocento soldati, con la complicità di pozzari che sapevano muoversi a occhi chiusi nel dedalo del sottosuolo. Questa è la storia di Diomede Carafa, comandante dell’esercito di Alfonso I d’Aragona, che quasi mille anno dopo imitò Belisario ed espugnò la città prendendola da sottoterra.

Questa è la storia di una città di cavità e caveau che organizza speranze per poi trafugarle. Questa è la storia di una città di spartizioni e “indagini in corso” dove dalla notte dei tempi spariscono bottini nel nome del popolo sottomesso e sottosopra. Questa è la storia di una città di grandi rapine in superficie come, per tirarne fuori una dal pozzo degli scandali, quella di Bagnoli: novecento milioni spariti in un buco nero per bonifiche mai fatte, parchi non funzionanti, impunite società “digerenti” e politici altamente tossici. Questa è la storia di un buco. Questa è la storia di una banda del buco in una città di cavallucci rossi e di cavalli di razzia. Questa è la storia di un colpo perfetto in un paradiso assai imperfetto abitato da invisibili e onnipresenti.

*Editoriale numero 102 di Chiaia Magazine (aprile/maggio 2026)

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