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Il drago della noia

L’ultima telefonata mi ha annunciato che per strada c’è un gran tumulto di gente. La penultima, ricevuta dopo pranzo, era di un caro amico che, con l’entusiasmo di chi è a un passo dalla depressione, mi ha elencato una sfilza di svincoli per liberarsi dal suo traffico di sogni. L’unico degno di nota è quello di «innamorarsi di una brava ragazza», svincolo, ho detto all’amico, che ha la sua efficienza se non è premeditato, avendo sempre creduto che l’amore più che uno svincolo è un vincolo che sfugge a qualsiasi piano del traffico e ha il vizio di presentarsi, nove volte su dieci, come un indecifrabile ingorgo. La prossima telefonata vorrà arruolarmi per il tumulto della notte più grande di quello annunciatomi nell’ultima chiamata, la gente occuperà le piazze, impossibile mischiarsi a tutte le adunate.

Non chiamatemi. Tenetevi stretti i vostri fervori: non siete obbligati a comunicarmeli, sopravviverò. Il fatto è che mi è venuto a trovare il drago della noia. Si è presentato nel primo pomeriggio piazzandosi in un angolo della stanza dove ho una chitarra senza corde, dignitosa nel suo abbandono. È alto non più di due lattine, la sua cresta è dorata, la corazza ha il colore del muschio dei presepi, ha una coda verde e nana che si nota solo quando è in volo. L’ospite ha sulla schiena due alucce ridicole e prodigiose che usa non appena mi alzo dal divano e vado verso la scrivania; atterra sempre sul penultimo scaffale della libreria sfiorando I Palinfraschi di Ridolfi, e rimane lì a guardarmi mentre ritaglio articoli, inauguro quaderni, correggo bozze, inseguo un aggettivo. Quando appare nella stanza per rimanerci tutto il pomeriggio, già so cosa succede: il tempo s’allarga e non c’è tumulto che possa convincermi a uscire fuori. È come se i suoi occhi guardiani, privi di cattiveria e vanità, mi chiedessero di dedicarmi alla grazia della noia e garbatamente disoccupare le ore pomeridiane come se non esistessero, disinnescarne la presunta utilità; è come se m’invitassero a fregarmene del mondo con la sua febbre e le sue scale, con le sue aspirine e i suoi arrampicatori; è come se mi ordinassero di non preparare rivoluzioni, di non aspirare a nulla, di non ambire che al silenzio, di non chiedermi nulla fino a quando sono nella stanza, appostati sullo scaffale come piccoli e autoritari merli venuti a proteggere la mia solitudine.

Alto non più di due lattine, cresta dorata, ha occhi guardiani, privi di vanità e cattiveria

Sapersi annoiare e ridarsi alla lentezza: ecco il programma del drago della noia. Niente teatri, fondali ammiccanti, tavole rotonde, nessuna adunata, nessuna relazione infarcita di premeditate anafore, periodi imbonitori, punti e a capo e insulsaggini di rara profondità: il drago ha scelto una stanza – oggi è la mia -, uno scaffale qualunque, e come sfondo un libro d’elzeviri dimenticati, per manifestare la sua politica. Mi guarda e fa politica. Tutto qui. Ho le matite tutte appuntite: vorrei annotare un pensiero, prendere appunti sul suo discorso programmatico così grandioso perché mai pronunciato né scritto, mai esposto se non con l’impenetrabile fissità dei suoi occhi. La non parola, il non tempo, la negazione delle politiche dei tumulti, dei pellegrinaggi in quei luoghi servili dove si vive nella speranza di incolonnarsi all’ora opportuna, il non correre, il non superare, la nullità della gloria, la gloria della nullità: è questo che vuole dirmi il drago?

Vi dico ora dov’è: sempre sullo scaffale con gli occhi fissi sulla mia anima. Le ali chiuse, la coda sotto le zampette dagli artigli corti e brillanti, non intende andarsene. Mi annoio ma è come se non gli bastasse. Vigila i miei disperati tentativi di indovinare un aggettivo con la stessa immobilità di un faro impalato nella burrasca; mi vede riscrivere un periodo che proprio non vuole divenire guerriero; mi costringe ad abbandonare la scrivania, ormai un campo di battaglia senza più regole, con le idee che retrocedono, i refusi balzati in prima linea e i fogli accartocciati che paiono villaggi dopo il saccheggio.

Sono sdraiato. Il drago si è leggermente mosso per seguirmi sul letto. Ho deposto le matite, ho chiuso i libri. Non scrivo e non leggo; non penso che all’anima, non penso che a lei: avverto la profondità dei suoi anfratti, il buio dei suoi precipizi dove mi sembra che non ci sia vento né tepore di madri. Calato nei vuoti, con il miracolo della noia nella stanza, m’accorgo che guardando i precipizi come il drago guarda me, qualcosa vedo e sento, saranno fuochi, saranno canti lontanissimi. In fondo all’anima il popolo dei miei animosi fantasmi, dei miei amori sfrontati, dei miei pirati che dormono nei forzieri, dei Miruzzo e degli Ulisse, degli esiliati e degli esclusi, dei miei ultimi corridori e delle mie prime stelle, questo santo, anarcoide e libero popolo balla e canta nel colore delle fiamme, pieno di gioia per aver sentito, proprio ora, i miei occhi sul suo cuore, i miei silenzi sul suo tripudio, la mia immaginazione nella sua gloria. Riconosco un tumulto che appartiene solo a me, una solitudine gremita e dionisiaca, ardente come i falò che vedo o immagino di vedere, melodiosa come le ballate che sento o credo di sentire: perché temo questa proiezione dell’anima, questo caleidoscopio ritrovato, mentre il drago della noia presidia la mia immobilità?

Riconosco un tumulto che appartiene solo a me, una solitudine gremita e dionisiaca

Il tumulto riscoperto è la memoria. Mia madre e mio padre, mia terra e mia carne, mia erba e mio fuoco, mio canto e mio lamento, la mia memoria: questa giornata fuoristagione mai vissuta per intero ma sempre a bocconi; questa città illuminata perennemente dai riflessi di un incendio; questo libro segreto mai imparato a memoria, di cui un giorno ricorderò solo alcune citazioni, alcuni brani, alcune voci, confondendo i capitoli, dimenticandomi perfino che è scritto con la mia calligrafia.

Le riflessioni mi distraggono e i miei occhi fissi si scollano piano piano dall’anima. Il drago della noia non mi guarda più come prima e la sua immobilità è un ricordo. Muove leggermente la coda, le piccole ali sono già calde. Lascio il divano e mi barrico di nuovo dietro la scrivania. Il tempo torna tempo, la noia si dilegua tra i libri e le prove di volo del drago che, prima di lasciarmi, lancia una fiammella dalle sue fauci in miniatura che non accenderebbe una sigaretta. Il suo saluto è uno sbadiglio di fumo. Il tempo di raccogliere un foglio e il drago della noia non c’è più né so dirvi da dove sia uscito: la finestra è chiusa. Sullo scaffale lascerò una spazio vicino ai Palinfraschi per il mio ospite alato. Credo che i più grandi capolavori, le più rumorose idee, i più eroici slanci siano nati e nascano dopo che il drago lascia le stanze. Con la noia v’è la speranza di rivedere l’anima. Lo so che fuori c’è un gran tumulto di gente ma oggi ne ho ritrovato un altro, e mi è impossibile ignorare i suoi colori, le sue voci, il suo spirito. I fogli sono bianchi. Una matita m’implora di metterla a testa in giù.

*Tratto da “Tornasole” (Edizioni del Delfino, 2000)

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2 anni fa

Bellissimo!

2 anni fa

Hai ragione Max. Condivido appieno! Ricambio l’abbraccio.

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