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Questa partita che non finisce

Dopo un anno di pandemia, con la nuova edizione della zona rossa e lo scellerato promo a reti unificate del conteggio dei centomila morti “per covid” nel Paese dei Ricciardi e dell’idolatria dell’indegno, c’è una sola immagine che do a chi mi chiede come stiamo messi e radiografa, meglio d’ogni altra lenzuolata d’ovvietà, il mio stato d’animo: siamo in una partita di calcio che non finisce. Siamo in una partita dove l’arbitro non fischia la fine in un campo impraticabile, con gli spalti svuotati di respiri, in un campionato falsato sul nascere e carico di scorrettezze, perché non premia ma toglie, non prevede trofei ma medaglie di sopravvivenza. Una partita inaspettata, ingiusta, perfetta se fosse stata un’esclusiva cinematografica, una finzione del filone sci-fi che tanto eccita l’immaginario di cinesi e americani.

Giochiamo così in un tempo sbagliato le cui regole sono state imposte al corpo frangibile di una spaesata umanità da un’entità coronata che palleggia negli obitori, muta moduli, improvvisa schemi, fulmina a tradimento sulla fascia, moltiplica gli attaccanti, fa gol da tutte le posizioni, corre e riparte, ammazza in contropiede, rapina vite a centrocampo. Siamo una squadra decimata che continua a giocare in una partita di cui non si conosce l’ultimo minuto né il tempo di recupero.

La condanna è resistere a oltranza, con l’arbitro che fa segno di proseguire. L’espulsione della libertà e l’esaurimento dei cambi, la corsa e l’affanno, l’assenza di prospettive e la stanchezza in calcio d’angolo, il gelo sulle gradinate e i crampi nel cuore: stiamo lì lì per cedere, anche se la rabbia, un ricordo dell’estate, le responsabilità familiari e l’energia di un progetto sospeso tengono ancora vive le gambe. Stiamo lì lì per la resa: abbiamo bare a bordo campo, abbiamo il fiato compromesso, abbiamo la punta che non vede più la porta, abbiamo il portiere che è stanco di miracoli, abbiamo il mediano che fatica, nella bagarre di fango e sangue, a recuperare palloni e sogni. E poi c’è chi non gioca più per la squadra, spinto per indole a isolarsi, a non credere nella soluzione del passaggio, nella condivisione di una sponda per provare a ricostruire la via del gol. Come in tutte le guerre e le circostanze avverse, per fortuna c’è chi invece resiste anche per gli altri, incita e rilancia, finge di non avere dolori, semina luce, prova l’incantesimo della rovesciata.

Siamo in una partita di calcio che non finisce e giochiamo contro uno squadrone che, col tempo, s’è rinforzato d’altri diavoli e malefici. Quanto possiamo ancora resistere su questo campo di morte e restrizioni quando siamo costretti a difenderci, oltre che dal virus, dalla fallibilità di chi ci governa, dalla nullità di chi falsa la comunicazione, dalla ignobile cavalleria degli speculatori dell’emergenza? Non fai in tempo a entrare in area di rigore e sei assediato dalla cretineria incurabile dei virologi, dai Sai Baba del climatismo, dai sondaggisti delle corsie, dai dadaisti della didattica a distanza, dai bomber dei ristori, dai Lupin delle mascherine, dal narcisismo feudale dei governatori.

E intanto ci sono intere categorie – pensiamo ai ristoratori, ai lavoratori della cultura e del turismo, agli Aiace delle piccole e medie imprese, al popolo devastato della partite Iva – che sono restate in campo a combattere solo con il portiere: nessuna possibilità di potercela fare, pallonate in faccia, vietata qualsiasi sostituzione nell’inferno improduttivo dell’attesa. Aspettando che il piano vaccinale entri nel vivo e imponga le nuove regole della salvezza, o almeno della tregua, continuiamo a provare a stare in campo. E lo facciamo, chi più e chi meno, con una splendida fragilità, sapendo che, come diceva sempre mister Boškov, «la partita finisce quando arbitro fischia».

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Alberto Postiglione
8 mesi fa

Centrato in pieno!!!👌👌👌Bravo

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