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Leviamoci di dosso questa morte

Così invasivo e mediatico, il pandemonio della pandemia ha elevato a supremo manico il senso di morte. Se non ce lo leviamo di dosso, crepiamo prima. Un passaggio rapido, l’altra sera, nel gallinaio dei talk show mostra come piaccia al sorvegliante mainstream portare legna al fuoco del “disagio permanente”, per dirla allo stesso modo di Alain De Benoist, perché il disagio è controllo di massa, è rapina di prospettive, moneta nella slot machine della rassegnazione. E i rassegnati, impauriti e con le tasche svuotate, non sono più pronti alla morte – a quella che nasce dal rischio o da un ideale, nobile e formidabile benché tragica nella sua poesia, nel suo spirito di comunità e di giustizia – né sembrano più accettare quella che avviene per contratto naturale, dimenticando l’inevitabile data di scadenza, il sigillo dell’ultimo giorno.

Dalla vita si esce con la morte. Non c’è da preoccuparsi. Mi viene in mente Troisi che in Non ci resta che piangere all’invettiva del predicatore «Ricordati che devi morire» risponde: «Mo me lo segno, non vi preoccupate». Prima del trapasso, guai a scordarsene, c’è vita, c’è il senso vitale che alimenta il respiro e anima il telaio di dentro col suo carico di mistero e bellezza, con le sue fosforescenze e i suoi lutti, con i suoi arsenali di rimorsi e d’idee portate a termine. Con le vittorie ottenute e le sconfitte necessarie. Assistiamo, invece, relegati in una nicchia social, spaesati tra la persistenza della connessione e l’utopia dell’immediato, all’uccisione del senso della vita, al patibolo per Ulisse, all’imposizione di automatismi emozionali e al sistematico prolungamento del buio perché la luce relazionale è ristretta, limitata per decreto, ridotta a lumicino per l’utilizzo ossessivo di dispositivi e di contatti a distanza. Il senso di morte che egemonizza ogni nanosecondo di questo tempo scellerato è la peggiore condanna per l’uomo. È la cattura degli angeli che ci circondano quando siamo pronti a osare, a credere nelle visioni, a immaginare altre vie possibili, a seguire il meraviglioso istinto che le macchine non possiedono, a puntare tutto su un’intuizione che stravolge i piani, sconosciuta a qualsiasi software. È il senso di morte promosso a reti unificate che ci trascina verso un prestabilito game over indegno, una partita non giocata, un’esistenza trattenuta e fintamente evoluta, riducendo l’ammasso di sangue, incanto ed errori che siamo in un numero di una tombola manipolata.

Come entità numeriche siamo trattati e maltrattati nel pieno di un’infodemia virale pronta a lanciare sul palco la parola decisiva dell’epidemiologo, lo studio certificato dello scienziato dell’oltretomba, l’opinione del giornalista vaccinato ma non guarito dal narcisismo. Non c’è zapping che non si concluda con sentenze del tipo “prepariamoci a nuove pandemie” o con il format, graficamente sempre più accurato, del conteggio dei decessi. Come ha rivelato un dirigente della Cnn in un video shock «sono i morti di Covid che tengono i nostri spettatori inchiodati e dobbiamo dargliene sempre di più». Leviamoci di dosso questo senso di morte altrimenti finiamo prima. È fuori dal calcolo che recuperiamo il senso della vita viva, corporale e animosa, promotore del pensiero in cammino, custode di immaginazione e memoria, equilibratore di gioie e dolori nell’arco del tempo in cui ognuno di noi prova a costruire la sua epopea, a onorare il suo passaggio.

In questi mesi vaccinanti e infestati da televirologi, per la perdita di persone assai care (andate via non per il virus), mi sono trovato, in una domenica glaciale di febbraio, prima a Domicella, comune a confine con l’area nolano-vesuviana, immerso in una conca boscosa dove oggi arde un impianto di cremazione, e giorni fa a Montemarano, paese dell’anima nella mia Irpinia verde e tenace. Nella sofferenza e nei ricordi, con nel petto le voci di nuove assenze da raccontare e proteggere, col respiro vinto dalla mascherina e quei cenni d’affetto in sostituzione degli abbracci, il mio sguardo è stato rapito prima dai tepori eroici degli orti domicellesi che sfidavano di mandorli un cielo di lavagna e cenere, poi dalle margherite esplose tra le croci del cimitero montemaranese, mentre una frotta di ciliegi invadeva l’azzurro improvviso con la misericordia di fuggenti fiori bianchi. Mi sono sentito più vivo in quelle visioni di terra e radici e ho sentito più vive le anime in partenza per altri giardini. Il senso della morte è un’occhiata fissa sull’algoritmo della dipartita. Il senso della vita è distogliere gli occhi dal calcolo, cantare il coraggio dei fiori, accorgersi della via del ciliegio, ritrovare il vissuto del poetico.

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