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Il picco degli esperti

Sfuse considerazioni dopo 40 giorni di giusta detenzione domestica. Nessuno mi restituirà la domenica persa ad allineare pullover per il più inutile dei cambi di stagione da quando calpesto la terra. Mi opporrò con parole e cazzotti all’eliminazione del popolo canuto e bianco, costantemente insultato dall’ignobile pensiero di chi governa statistiche, convinto che il vecchio sia un calendario di cenere e non un breviario magico di memoria ed energia viva. Se è vero che siamo il Paese dove si legge di meno, abbiamo però il primato mondiale per i chilometri di fondali libreschi, così telegenici nei collegamenti a distanza alle spalle di parolai, fighetti e accudenti di niente, ma privi dell’unico libretto che avrebbe senso: L’arte di tacere dell’abate Dinouart («È bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio»). Nel cicaleccio virale di una politica che ha deposto le palle, aspetto qualcuno che si rinsavisca e sostenga un provvedimento contro l’utilizzo del frasario fisso, suggerendo l’imposizione di un mese di raccolta di pomodori per i pronunciatori delle insostenibili “nulla sarà come prima” e “non abbassiamo la guardia”. Il ritorno alla terra andrebbe proposto anche ai beneficiari in buona salute del reddito di cittadinanza: il prezioso uso della zappa è cruciale passaggio di vita, volontà autentica di ricostruire l’Italia dalle radici.

Nella più sgangherata comunicazione mai vista, barcollante tra lo snocciolare morti da parte della Protezione Civile e il copiaincollare annunci del premier, tanto da essere riuscito nell’impresa di trasformare solenni discorsi alla Nazione in rubriche da rotocalco, il picco degli esperti continua a salire. Abituatomi ormai al mantra mostruoso di sconnessi virologi, sono preoccupato sul serio per l’impennata di emeriti accademici del lavaggio delle mani, di sciamani del lievito madre, di stilisti delle mascherine, di rabdomanti in cerca del napoletano irresponsabile, di farmacisti dell’anima, di laccati teorici dell’europeismo materico, di specialisti nel contrasto alle fake news, quest’ultimi entrati in un’unità governativa per arginare le informazioni farlocche. Con pacatezza segnalo la fandonia di Conte Giuseppe, «avvocato difensore del popolo italiano», che nel descrivere la manovra a sostegno delle imprese ha parlato di «potenza di fuoco», quando in verità ha la forza di un pistolotto d’acqua.

Il virus con la corona ha spaccato ancora di più l’Italia: i numeri evidenziano che si muore e ci si contagia di più al Nord che al Sud, ecco perché la vaga “fase 2” per far ripartire una bozza di vita normale sarà terreno drammatico di scontro tra istituzioni. Prevarranno gli istinti regionali di sopravvivenza in un campionato tra governatori e campanili senza esclusione di restrizioni. All’orizzonte ci aspetta un’estate non più di “partenze intelligenti” ma di “partenze clandestine”, in un Paese mascherato con le tasche vuote e le spiagge libere. Dallo stabilimento balneare delle speranze, una volta finita la reclusione, desidero riscoprire il mare e divorarmi una pizza a portafoglio. E poi desidero abbracci, bicchierate, baci autentici e tumultuose riunioni di redazione perché lo smart working, seppur costruttivo, resta una parolaccia. E anche se non servirà a nulla combatterò per l’abolizione di qualsiasi comitato tecnico-scientifico, perché mi fido, per formazione ed esperienza, di quello intuitivo-fantastico, in cui prevalgono la grammatica dell’immaginazione e la ricerca di visioni.

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