Si accomoda dentro senza bussare, governando visioni e tracciando vie silenti aperte ai passi indecisi. Vorresti tanto tenere Dioniso in catena ma lui è tentatore e ti smonta lo sguardo e riapre l’onirico, improvvisando una danza lenta. Ti scioglie ciò che noi umani continuiamo a chiamare malinconia, per un istante t’inghirlanda d’illusioni calorose e tu stai lì, vagando nel momentaneo bello, lanciato nel mosto a caccia di ore perdute, cronista euforico di un ricordo e dissipatore bifronte di stupende fragilità. Ti senti vivo in mezzo al dolore, vivo dentro la coda della notte, vivo nel convivio di distrazioni, vivo in attimi d’appagamento, vivo in vite sfiorate e amori intuiti. Poi, com’è solito fare, sparisce e ti lascia solo nei letti sfatti della tribù Emicrania, già sapendo che sarai tu a farlo ritornare quando avrai bisogno di vivere ancora e morire un po’. Dioniso ti ride in faccia su una spiaggia di fuochi o in una piazza di antichi suoni o in un vico tarantolato o in un’osteria sul ponte delle stelle o in un abbraccio finale e tu hai imparato a ridergli in faccia ancora più forte. Il gioco è fatto, la porta aperta, la parola libera e il sogno si fionda rapace come un soldato che mastica coraggio.
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